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Prevenzione

Cinque minuti per salvare una vita: perché l’arresto cardiaco ci riguarda tutti

SF
Staff Formazione GR Medical
Istruttori BLSD e Primo Soccorso · 8 Settembre 2026 · 4 min di lettura

Succede in un istante. Al supermercato, in ufficio, sugli spalti di una partita, in cucina di casa. Una persona si accascia, smette di rispondere, il respiro si fa strano o sparisce del tutto. Da quel momento parte un cronometro che nessuno ha avviato di proposito, ma che decide tutto: ogni minuto che passa senza soccorso, le probabilità di sopravvivenza crollano.

L’arresto cardiaco improvviso è una delle emergenze più democratiche e più fraintese che esistano. Democratiche, perché non guarda in faccia età o forma fisica. Fraintese, perché quasi tutti pensano di sapere cosa sia — e quasi tutti si sbagliano.

Non è un infarto (ed è una distinzione che salva la vita)

Il primo equivoco da chiarire: arresto cardiaco e infarto non sono la stessa cosa. L’infarto è un problema «di tubi» — un’arteria che si ostruisce e priva il muscolo cardiaco di sangue; la persona spesso è cosciente, avverte dolore al petto, può parlare. L’arresto cardiaco è un problema «elettrico»: il cuore smette di pompare in modo efficace, di colpo. Chi ne è colpito perde conoscenza in pochi secondi e non risponde.

La confusione tra i due non è accademica: scambiare un arresto per un malore passeggero fa perdere quei minuti che non tornano più.

I numeri, senza giri di parole

In Italia si stimano circa 60.000 arresti cardiaci extraospedalieri ogni anno. A livello europeo, l’arresto cardiaco è la terza causa di morte. E la sopravvivenza resta bassa: lo studio europeo EuReCa Three, pubblicato sulla rivista scientifica Resuscitation, ha rilevato una sopravvivenza media intorno al 7,5% in Europa, con l’Italia poco sotto.

Perché così pochi ce la fanno, nonostante conoscenze e strumenti a disposizione? La risposta sta quasi sempre nei primi minuti, quando i soccorsi professionali non sono ancora arrivati e tutto dipende da chi si trova lì.

Tracciato elettrocardiografico con uno stetoscopio appoggiato sopra

La «catena della sopravvivenza»

Gli esperti la chiamano proprio così: una sequenza di azioni che, se rispettate, moltiplicano le possibilità di salvezza. Chiamare subito il 112. Iniziare le compressioni toraciche. Usare il defibrillatore appena disponibile. Affidare la vittima ai soccorsi avanzati.

I dati sono eloquenti. La rianimazione cardiopolmonare avviata immediatamente dai presenti può raddoppiare o triplicare le probabilità di sopravvivenza. E quando alla rianimazione si aggiunge la defibrillazione entro tre-cinque minuti dall’arresto, la sopravvivenza può salire in modo drastico — fino a percentuali che, in quella finestra, non hanno nulla a che vedere con le medie generali.

Il rovescio della medaglia è il vero problema italiano: la rianimazione da parte dei testimoni viene avviata solo in circa un caso su quattro, e il defibrillatore semiautomatico viene effettivamente utilizzato in una minima parte degli interventi. Non per mancanza di apparecchi — sempre più diffusi in luoghi pubblici, palestre, aziende — ma per paura di sbagliare e per mancanza di formazione.

Chiunque può usare un defibrillatore

È forse il messaggio più importante da diffondere. Il defibrillatore semiautomatico esterno (DAE) è progettato per essere usato da chiunque: analizza da solo il ritmo cardiaco, decide se serve la scarica e guida l’operatore passo dopo passo con istruzioni vocali. Non si può «sbagliare scarica»: se non serve, l’apparecchio non la eroga. E la legge italiana consente l’uso del DAE anche a personale non sanitario.

In attesa dei soccorsi, le azioni fondamentali sono semplici da ricordare: verificare che la persona non risponda e non respiri normalmente, chiamare il 112, iniziare le compressioni al centro del petto a ritmo sostenuto — le sole compressioni, se non ci si sente sicuri sulla respirazione, sono comunque meglio del non fare nulla — e far portare il defibrillatore più vicino.

Esercitazione di rianimazione con defibrillatore semiautomatico su manichino

Sapere cosa fare non si improvvisa

Leggere un articolo è un buon inizio, ma non basta. La differenza la fa l’aver provato con le mani, su un manichino, la pressione giusta e il ritmo giusto; l’aver acceso un DAE almeno una volta in un contesto tranquillo, così da non trovarcisi davanti per la prima volta nel momento peggiore. È questa la ragione per cui i corsi di formazione esistono, e per cui campagne internazionali come Kids Save Lives portano queste competenze già tra i banchi di scuola.

Una giornata di formazione è poca cosa. Ma è esattamente ciò che trasforma un testimone impotente nel primo, decisivo anello della catena della sopravvivenza.

GR Medical è un centro di formazione riconosciuto: organizziamo corsi BLSD con certificazione regionale, corsi di Primo Soccorso per aziende, adulti e bambini, e corsi di disostruzione delle vie aeree. Ci occupiamo inoltre della vendita e assistenza di defibrillatori (DAE). In questi anni abbiamo formato oltre 54.000 persone.

Per scoprire il calendario dei corsi, visita il nostro sito.

Nota bene

Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce un corso di formazione certificato né il parere di personale sanitario. In caso di emergenza chiamare sempre il 112.

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Staff Formazione GR Medical

Lo staff formazione di GR Medical eroga corsi BLSD, Primo Soccorso e disostruzione delle vie aeree con certificazione riconosciuta.

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